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ARTICOLI

Ecco alcuni articoli scritti dal fondatore della SIB, il Prof. Jerome Liss, M.D.

Modello viscerale a livelli multipli di Porges (+ dis.)
La Neurofisiologia della vendetta
Psicanalisi e Neurofisiologia

La Famiglia Interna Nello Spazio
Un orientamento per il congresso: “Conoscenza esplicita ed implicita: il dilemma dei processi fisiologici non coscienti”
L’Empatia Corporea come Conoscenza Implicita e la Sfida della Formazione per gli Psicoterapisti
La Comunicazione Ecologica nella Comunità. Dal Dogmatismo alla Condivisione
Conoscenza Implicita e Conoscenza Non-Conscia nel Lavoro Terapeutico
La
Relazione Maieutica
La Sinistra e i Discorsi Nuvolosi
La Neurofisiologia delle Emozioni


 

Un orientamento per il congresso: “Conoscenza esplicita ed implicita: il dilemma dei processi fisiologici non coscienti”
 
I.      Creare una definizione operativa della conoscenza implicita ed esplicita: il dilemma dei processi fisiologici non coscienti.

II.     Cosa ha bisogno di sapere uno psicoterapeuta?

*****************

 I.      Elaborare una definizione operativa di conoscenza implicita ed esplicita

         “A che livello si integrano i processi somatici corporei e i processi encefalici subcorticali?”

       Come entrano in gioco i processi somatici ed i processi sotto-corticali nel modello Implicito- Esplicito?

Propongo che sia essenziale iniziare con un accordo sulle definizioni di conoscenza implicita ed esplicita; a questo proposito potremmo infatti scoprire di trovare divergenze persino fra gli psicoterapeuti.

Daniel Stern usa le seguenti definizioni: “La conoscenza implicita è non simbolica, non verbale, procedurale e inconscia, nel senso che non è cosciente nella riflessione. La conoscenza esplicita è simbolica, verbalizzabile, dichiarativa, suscettibile di narrazione e cosciente nella riflessione” (Stern, 2004).

La conoscenza “esplicita” viene espressa verbalmente, ma è solo questo?

Il concetto di “conoscenza esplicita” dimostra un certo grado di chiarezza quando parliamo di conoscenza espressa verbalmente. Quando dico, per esempio, “abito a Roma”, posso presupporre che questa espressione verbale manifesti il fatto che sono lucidamente cosciente di questa parte della mia esperienza. Inoltre, ascoltandomi attentamente, anche voi potete fare un’esperienza lucidamente cosciente di quello che sto dicendo. Prova:

Una persona può chiederti: “Lui dove abita?”, e tu puoi ripetere: “Dice che abita a Roma”. Dunque, la prova che tale conoscenza esplicita esiste è la stringa verbale che può essere espressa da chiunque possieda questa conoscenza, sia che venga espressa dal punto di vista del Protagonista che manda il messaggio, sia dal punto di vista dell’Ascoltatore che la riceve. L’uno o l’altro ha la capacità di ripetere il messaggio verbale, e ciò costituisce la prova della conoscenza esplicita: “Sono lucidamente cosciente della conoscenza che sto esprimendo verbalmente”. In sintesi, la “conoscenza esplicita” è presente quando la conoscenza verbale viene espressa e ricevuta dalle persone.

Per esigenze di ricerca, l’espressione verbale della conoscenza viene spesso usata come strumento operativo di indagine. Una risposta verbale, “sì o no”, oppure una parola, “rosso”, “grande” o “quadrato”, dimostra che vi è stata una chiara percezione cosciente. Dunque, le parole rendono testimonianza diretta di una lucida percezione cosciente, ovvero “conoscenza esplicita”.

Ma la “conoscenza esplicita” si limita alla conoscenza espressa in modo verbale? Ovviamente no! Quando guidiamo una macchina, prepariamo da mangiare, suoniamo uno strumento musicale, dipingiamo una parete, costruiamo un mobile, siamo “lucidamente coscienti” di certi aspetti di quello che stiamo facendo, anche se non sapremmo definire ogni fase dell’azione per mezzo di descrizioni verbali. Quindi possiamo avere conoscenza esplicita non verbale con una “lucida coscienza” di alcuni aspetti di quanto stiamo facendo (sebbene non necessariamente tutti). Poiché tutti gli esempi si riferiscono a situazioni in cui vi è una sequenza dinamica, ciò viene chiamato “performance knowledge”.

Un tipo specifico di performance knowledge di grande interesse per gli psicoterapeuti riguarda il nostro comportamento non verbale. Se alzo le sopracciglia in segno di sorpresa, alzo la voce arrabbiato, assumo un cipiglio corrucciato in segno di disapprovazione, scuoto le braccia esasperato, ecc., utilizzo gesti che sono spesso impliciti, ovvero, fuori dal raggio percettivo della coscienza. I gesti non verbali sono spesso (ma non sempre) impliciti per il Protagonista che produce il messaggio. L’Ascoltatore che lo riceve potrebbe diventare cosciente del comportamento non verbale (che quindi diventa esplicito), oppure il gesto percepito potrebbe restare fuori dalla coscienza (e quindi restare implicito).

Questo significa che i gesti impliciti non verbali potrebbero diventare espliciti sia per il Protagonista che per l’Ascoltatore.

Perciò sia il comportamento non verbale che il compimento di sequenze di azioni rappresentano una conoscenza implicita che può diventare almeno parzialmente esplicita. Credo che noi possiamo chiamare questa conoscenza implicita “conoscenza intuitiva”.

In sintesi: Alcuni aspetti della nostra azione e del nostro comportamento non verbale (ma non tutti) possono diventare “lucidamente coscienti”. La parte del nostro comportamento e della nostra espressione che diventa “lucidamente cosciente” può rappresentare una “conoscenza esplicita”, sia nel caso che definiamo verbalmente la nostra performance, sia nel caso in cui la definiamo verbalmente creando una definizione in cui, da una parte, la “conoscenza esplicita” può essere identica alla conoscenza trasmessa verbalmente e, dall’altra parte, una diversa forma di conoscenza, “performance ed espressione non verbale”, può rappresentare la “conoscenza esplicita”, anche se non viene trasmessa verbalmente, né ciò si rende possibile.

In questo modo la conoscenza che non può diventare cosciente (conoscenza somatica, processi della base del cervello) va considerata “conoscenza implicita”?

La conoscenza implicita è conoscenza di cui non siamo coscienti. Ma questa semplice definizione lascia aperta una questione particolare che secondo me è essenziale risolvere. Altrimenti le nostre discussioni resteranno piene di confusione, ostacolando il nostro progresso scientifico.

La questione particolare riguarda la definizione di “conoscenza implicita”. Dobbiamo definire implicita tutta la nostra conoscenza che non è cosciente (e perciò non “esplicita”), compresa la conoscenza che non potrà mai diventare cosciente? (Definiamo ciò significato esteso di “implicito”). O dobbiamo chiamare conoscenza implicita soltanto la conoscenza di cui non siamo coscienti, ma che può diventare cosciente? (Definiamo ciò significato ristretto di “implicito”).

Un esempio. In questo momento i nostri enzimi cellulari stanno lavorando in grande armonia. Per esempio, quando siamo attivi fisicamente spendiamo le molecole di ATP, ??????? “mattoni di energia” e in seguito, quando riposiamo, rigeneriamo le ATP spese. Questa è una conoscenza fisiologica. Dilemma: poiché il consumo e la rigenerazione di ATP costituiscono una conoscenza non cosciente del corpo, possiamo definirla “conoscenza implicita”? Altri esempi riguardano questo tipo di conoscenza corporea: secrezioni ormonali, cambiamenti della pressione sanguigna, peristalsi intestinale, processi immunologici ecc. Dobbiamo definire tutto questo “conoscenza implicita”?

La questione potrebbe essere sollevata al congresso di Siracusa.

Propongo che è più vantaggioso l’uso della definizione ristretta di conoscenza implicita, in altre parole, limitare il concetto di conoscenza implicita a “conoscenza che non è cosciente ma può diventare tale”.

Questa posizione epistemologica corrisponde alle  posizioni di Z. Dienes e J. Perner, presentata nell’articolo: A Theory of Implicit and Explicit Knowledge (Dienes, 1999). Gli autori favoriscono la definizione ristretta di implicito ed esplicito perché, come fanno notare, ciò corrisponde al loro uso nella “lingua naturale” e il fatto che il “linguaggio scientifico” (che noi stiamo cercando di elaborare) corrisponda al significato del “linguaggio naturale” è un vantaggio. Esaminiamo il caso in questione. Nel linguaggio naturale, quando qualcosa viene espresso in modo esplicito, il “non detto”, ovvero ciò che resta implicito, può essere reso esplicito se colui che parla lo vuole rendere tale. In altre parole, la conoscenza “implicita” può essere resa “esplicita” tramite una chiara espressione verbale.

Ecco la nostra definizione operativa  dell’ implicito.

Per esaminare più a fondo la questione prendiamo a esempio una frase riguardante una conoscenza fisica non cosciente. “I livelli del sistema enzimatico di Socrate erano tali da consentirgli di vivere”. La conoscenza fisica di Socrate a livello enzimatico è “conoscenza implicita”? In altre parole, è “vantaggioso” o “svantaggioso” per gli scienziati considerare questo livello di conoscenza fisica non cosciente, come conoscenza implicita.

“Vantaggi” e “svantaggi”
Ritengo che vi sia un importante svantaggio nell’uso del “significato esteso” di implicito. Se utilizziamo il significato esteso del nostro concetto, allora la “conoscenza implicita” può riferirsi ugualmente alla conoscenza che può essere portata alla coscienza e a quella che non può. In questo caso l’uso del termine “conoscenza implicita” creerebbe confusione sul fatto che la conoscenza implicita possa potenzialmente affiorare alla coscienza come esplicita, oppure resti sempre implicita e fuori dalla consapevolezza cosciente. Al contrario, la “definizione ristretta” è più precisa.

In particolare, per questo caso, l’affermazione esplicita “Socrate era un uomo e quindi era mortale”, significa anche implicitamente “Socrate era vivo”. E questa conoscenza implicita può essere resa esplicita. D’altra parte persino se Socrate sapesse del suo sistema enzimatico, non potrebbe sapere per mezzo della sua diretta esperienza cosa sta accadendo fra i suoi enzimi della transaminasi, gli enzimi mitocondriali, gli enzimi  per il rinnovo della serotonina, e così via.

Noi, come Socrate, ci troviamo nella stessa impasse. Possediamo una conoscenza fisica che continuamente si manifesta e che, tuttavia, non è cosciente e non potrà mai diventare tale. (Ci stiamo riferendo non soltanto a processi somatici come i sistemi enzimatici e i livelli ormonali, ma anche a processi cerebrali subcorticali come quelli che coinvolgono l’ipotalamo, il ganglia di base, il tegmentum, i nuclei Rafe, ecc.). Dunque, propongo di evitare di definire “implicita” la nostra conoscenza fisica non cosciente che non diventerà mai cosciente, e di usare invece un termine distinto. Per esempio, possiamo chiamarla “conoscenza fisiologica”.

Conclusione:
Qual è l’importanza di tale questione per il nostro congresso? La ragione è la seguente: Gli psicoterapeuti di tutte le scuole lavorano con la conoscenza esplicita cosciente, con la conoscenza implicita inconscia che può diventare cosciente e con i processi fisici non coscienti che non potranno mai accedere alla coscienza. Perciò, per evitare la confusione propongo di definire quest’ultima categoria “conoscenza fisiologica” e non “conoscenza implicita”, questa è l’ ultima categoria di conoscenza.

II.     Cosa ha bisogno di sapere uno psicoterapeuta?
Ecco alcune questioni che lo psicoterapeuta potrebbe porre:

1.                  In che modo i concetti che riguardano la conoscenza implicita ed esplicita possono modificare la mia comprensione del paziente che si sente ansioso, turbato, depresso o costantemente arrabbiato?

2.                  In che modo i concetti di conoscenza implicita ed esplicita possono modificare la mia coscienza della struttura dell’esperienza cosciente (la mia stessa esperienza cosciente, come terapista, e l’esperienza cosciente del paziente, come persona che cerca di elaborare un cambiamento psicologico positivo)?

3.                  Qual è la prova dell’esistenza della conoscenza implicita, dato che questa conoscenza non si trova al centro della coscienza?

4.                  Quali sono le varie forme di conoscenza implicita personale, e come si rapportano alla propria esperienza cosciente? (questione intrasoggettiva).

5.                  La conoscenza implicita ed esplicita sono due campi distinti? Oppure esistono diversi livelli di conoscenza implicita ed esplicita con confini intermedi fra i due campi?

6.                  In che modo i diversi tipi di conoscenza implicita in una persona influenzano sia l’esperienza cosciente che la conoscenza implicita dell’altra? (scambio dal paziente al terapista e viceversa, ovvero questione intersoggettiva).

7.                  In che modo queste nuove forme di comprensione aiutano a guidare il terapista nel suo tentativo di capire e assistere più efficacemente il paziente turbato e ansioso?

8.                  Vi sono situazioni in cui si creano svantaggi “portando alla coscienza” (rendendo esplicita) una conoscenza implicita? Vi sono variazioni negli obiettivi del training e nei metodi di training che scaturiscono da questa nuova comprensione?

Evidentemente, si tratta di un programma immenso. Non possiamo attenderci che ogni intervento del congresso riesca a coprire tutte queste aree.

Il rigore scientifico esige esempi e prove
Inoltre, ritengo insufficiente che i relatori del convegno rispondano a ogni questione soltanto con un modello teorico. Una risposta adeguata secondo me esige la presentazione di uno o più esempi. Questo requisito generale della scienza come “interazione fra modelli teorici e prove concrete” (Liss, 1986) diventa particolarmente importante quando affrontiamo un nuovo campo di indagine e di elaborazione scientifica (che cosa pensano i relatori del nostro convegno di questa esigenza?).

Bibliografia
Liss, Jerome, “The Philosophy of Science and the Clinical Researcher,” in Liss, Jerome e Boadella, David, La Psicoterapia del Corpo, Roma, Astrolabio, 1986.
Stern, Daniel, The Present Moment, New York, Norton Pubs., 2004, p. 113.
Dienes, Zolton e Perner, Josef, “A Theory of Implicit and Explicit Knowledge,” in Behavioral and Brain Sciences, 1999, 22 (5).

 

L’Empatia Corporea come Conoscenza Implicita e la Sfida della Formazione per gli Psicoterapisti

del Prof. Jerome Liss, M.D.

 L’Espressione Non-Verbale e l’“Attunement”

   La distinzione fra conoscenza esplicita e conoscenza implicita può chiarificare il processo terapeutico.  Spesso l’evoluzione terapeutica richiede una “presa di coscienza,” cioè, portare alla luce emozioni e memorie che sono stati inconsci.  La coscienza è esplicita.  L’inconscio è implicito. 

   Nel libro Il Momento Presente (2004), Daniel Stern distingue questi due livelli di conoscenza: esplicita ed implicita.  Il suo scopo è dimostrare come la dinamica fra madre e bambino, attraverso l’interazione non-verbale, coinvolga un processo che avviene per la maggior parte al di fuori del centro dell’attenzione. Quest’interazione non-verbale è quindi implicita. 

    Quando madre e bambino mostrano difficoltà nel rapporto, i film studiati da Stern mostrano che c’è un problema di “attunement”, ossia un problema nella sincronizzazione dell’interazione non-verbale.  Questo problema, risiede pertanto nella conoscenza implicita.  Notiamo che il ricercatore che sta guardando il film vede il problema, cioè il “misattunement,” fra madre e bambino, con una chiarezza esplicita dal suo posto di osservatore.  Ma dentro, nell’esperienza conscia, la madre non ha questa chiarezza esplicita.  Forse è totalmente fuori dalla sua coscienza, oppure rimane nella periferia della coscienza, come “appena cosciente.  In ogni caso la dinamica non-verbale non è verbalizzata.

   Questa ricerca sulle interazioni di “attunement” e di “misattunement” si può trovare nell’opera di Stern Il Mondo Interpersonal del Bambino (1985).  Stern presenta i principi di questa interazione:  L’attunement avviene quando l’interazione non-verbale fra madre e bambino corrispondono nel ritmo, nell’intensità e nella forma.   Quando nell’interazione manca questa corrispondenza, il bambino presenta disturbi di comportamento e la fiducia fra madre e bambino è ridotta.  Ma, dato che questa interazione è implicita, la madre non può sapere esplicitamente (senza l’aiuto di un’altra persona) perché il suo bambino mostra disturbi. 


Empatia Corporea Promuove L’Intuizione del Paziente e del Terapista

   Come applicare questa ricerca sull’interazione non-verbale implicita alla situazione fra terapista e paziente?   L’espressione non-verbale è (spesso) implicita, cioè non al centro dell’attenzione.  Anche se il terapeuta (o counselor) è più cosciente del Protagonista (paziente, cliente) della propria espressione non-verbale (a causa dell’esperienza professionale), la maggior parte di quest’ultima (postura, gesti, espressione della bocca e degli occhi, tono di voce, regolarità di ritmo nella parola, ecc.) rimane nella “periferia” dell’attenzione o completamente fuori coscienza.

   Una sfida per il Training degli Psicoterapisti: Come far sviluppare questa capacità non-verbale, questa conoscenza implicita, affinché il terapista possa entrare in “attunement” con il suo paziente?  Chiamiamo questa “attunement” non-verbale “empatia corporea” (Stupiggia, 1994).  Quindi abbiamo una sfida per i nostri corsi di formazione: riuscire a promuovere, da parte degli studenti, la capacità di ascoltare ed interagire con il paziente attraverso l’“empatia corporea.”  Dato che questa conoscenza, di base, è implicita anziché esplicita, abbiamo bisogno di riflettere sul nostro metodo di insegnamento.

    Per esempio, i libri di spiegazione e le lezioni frontali, che trasmettono la conoscenza esplicita, sono estremamente limitati quando l’apprendimento richiede una conoscenza implicita.  Se utilizziamo l’analogia con la conduzione di una macchina, cosa ci insegna questa capacità?  La lettura del manuale, che pure è utilissimo alla comprensione, o l’esercitazione guidata con un insegnante seguita dalla pratica regolare?  Evidentemente è l’esercitazione e la pratica che fa crescere la capacità.  Lo stesso principio vale per tutte nostre competenze attive: suonare uno strumento musicale, disegnare un paesaggio, cucinare, cucire, anche parlare. 


Il Senso del “Dovere” può Bloccare l’Intuizione

   La conoscenza implicita non si limita all’espressione non-verbale.  Ci sono altri aspetti della coscienza “implicita” (che chiameremo anche “intuizione”) da parte dell’Ascoltatore: sensazioni viscerali, livello di attivazione, “flash”, immagini, metafore verbali, umore, ecc.    Queste sono legate alla memoria episodica mentre l’espressione non-verbale appartiene alla memoria dell’azione.  Vuol dire che il terreno dell’implicito è molto più vasto che il settore del non-verbale.  E l’implicazione terapeutica?  E’ vantaggioso che l’Ascoltatore non blocchi queste esperienze sottili con l’imposizione di una struttura mentale esplicita e rigida.  Quindi è paradossale che anche un modello teorico possa costituire un freno all’esperienza implicita, soprattutto se la teoria richiede un approccio “corretto” ed il senso di pericolo di intraprendere una strada “sbagliata”.   La rigidità di questa divisione fra “corretto” e “sbagliato” crea una rigidità mentale, un tipo di struttura esplicita che agisce come un carro armato che schiaccia l’intuizione sottile. 

   Infatti, uno studio pertinente sull’esperienza implicita (Marcel, 1993) mostra il vantaggio di evitare un atteggiamento che ci spinge verso “la soluzione corretta”.  Se mi dico “Devo fare un intervento giusto, non devo sbagliare!”, posso diminuire la mia intuizione.  I ricercatori hanno creato una situazione di percezione subliminale: una luce è stata proiettata per un centinaio di millisecondi su uno schermo.  L’intensità era troppo debole per provocare una percezione cosciente.  (Quindi non era esplicito).  Ciò nonostante, lo stimolo si era registrato nel cervello, come evidenziato dall’EEG.  I ricercatori hanno creato due gruppi con due istruzioni diverse.  Ad un gruppo: “Dovete rispondere con la risposta giusta.  E’ importante non sbagliare!”  (Gruppo del “dovere”).  All’altro gruppo: “Puoi indovinare.  Non preoccupatevi di scegliere ogni volta la risposta giusta.” (Gruppo di “intuizione”)  E il risultato?  Affascinante!  Il gruppo istruito all’“intuizione” ha fatto scelte corrette più frequentemente del gruppo istruito con “il senso del dovere”.  (Ad ogni gruppo spettava lo stesso numero di risposte, per evitare che un gruppo vincesse solamente per aver dato più risposte.)

   La conseguenza per la formazione degli psicoterapeuti è evidente:  Se, come studente in formazione, mi fisso sull’idea “Devo fare la cosa corretta!”, questo atteggiamento mentale può inibire i messaggi sottili che entrano nella periferia della mia coscienza.  Se invece rimango “aperto mentalmente”, senza un senso del dovere schiacciante, posso focalizzare su “come mi sento” oppure su “mi sento che…”, e questo orientamento interno verso la coscienza vaga può portarmi informazioni importanti sulle cose che sottostanno all’apparenza.   

   Il paziente vive la stessa potenzialità intuitiva!  Quindi quando come terapista sono davanti al mio paziente, sarà vantaggioso non bloccare il suo input esperienziale, cioè la sua intuizione o conoscenza implicita.  Per esempio, bisogna non bombardare con domande, spiegazioni, preamboli, e cosi via.  E soprattutto evitare giudizi, consigli e interpretazioni enunciate con la certezza, “Questa è vera!”  Come gestire il nostro intervento verbale?  C’è un modo particolarmente efficace per evitare che il terapista imponga esplicitamente le sue proiezioni.  E’ la via chiamata “la parola chiave – la frase direzionale”(Liss, 2004). Utilizzando questo modello di linguaggio terapeutico, il terapista aiuta il paziente a rimanere aperto ai propri messaggi interni impliciti che vengono con pause ed esitazioni, fra altri.   Non impone la propria struttura mentale.


La verifica dell’Intuizione

   
Come verifichiamo che un’intuizione, da parte del terapeuta, sia utile?  Come verificare che non è nociva?

a. Un’intuizione si mostra utile attraverso il risultato!  Il Protagonista, dopo che ha ricevuto l’intuizione dal terapeuta, si mostra più energetico, più coinvolto interiormente, più in contatto con la sua emozione, talvolta più espressivo verbalmente o più fecondo nei ricordi.

b. Un intervento si mostra sfavorevole se il Protagonista scuote la testa vigorosamente per dire “Non è vero!”, se ferma la sua espressione spontanea, sembra bloccato nel pensiero, inizia a rivelare un atteggiamento di sfiducia, ecc.

   Quindi un intervento terapeutico è come lanciare un piccolo sasso nell’acqua: soltanto vedendo le onde che seguono, potremo indovinare l’impatto.  Visto che “il messaggio dato” può essere sempre diverso dal “messaggio ricevuto,” non possiamo mai prevedere con certezza i risultati dei nostri interventi. Ecco una parte dell’”avventura” ne L’Ascolto Profondo (Liss, 2004).

   Conseguentemente, la formazione degli psicoterapisti deve adattarsi a questa nuova attenzione sulla coscienza implicita ed intuitiva.  La teoria ha la sua importanza per aiutare la comprensione della strategia terapeutica.  Ma solamente con la pratica, arricchita del “feedback” del paziente-studente, può portare lo studente-terapista a raffinare la sua intuizione e creare interventi efficaci e competenti.


Metodi di Formazione Per Promuovere L’Empatia Corporea (Il Non-Verbale Implicito)

Favorire I Movimenti Naturali

   Molti terapisti e studenti utilizzano spontaneamente la loro intuizione corporea:

annuire con la testa, mantenere uno sguardo presente ma non fisso, rispondere con un tono di voce armonizzato con quello di paziente, seguire il ritmo della parola del paziente, rispecchiare parzialmente la postura ed i gesti del paziente, ecc.  Quindi il Docente che forma gli psicoterapisti può valorizzare l’espressione non-verbale già innescata: “Durante questo esercizio lasciarvi andare in modo da permettere l’espressione spontanea.  Allo stesso momento notate se la vostra espressione spontanea segue il ritmo e l’intensità del vostro paziente.” (Lo studente-paziente può correggere una mancanza di sintonia, da parte dello studente-terapista, o apprezzare alla fine che la sintonia è stata realizzata.  “Sento che sei stato in armonia con me”.)

   Sull’altro lato, certi studenti si trovano “immobili, rigidi, tesi” nel corpo.  Per superare questa tendenza, esercizi di movimenti spontanei possono aiutare a sciogliere questa barriera.  Ma, a volte, uno studente può obbiettare: “Non mi sento bene con  questi movimenti.  Interferiscono con la mia concentrazione.”  Oppure: “Non mi sento autentico.” Per certi studenti, quindi, è vantaggioso non insistere sull’espressione non-verbale.


Contratti Precisi fra Lo Studente-Terapista e Lo Studente-Paziente

  Anche se un terapista ha l’impressione di offrire al suo paziente l’empatia corporea, come può essere sicuro che il paziente senta questa armonia?  La soluzione: il Feedback!  Lo studente-paziente può dire: “Mi piace il tuo sguardo, è dolce”  Oppure: “Ho difficoltà con la tua espressione della bocca.  Mi sembra severa, come se stesse giudicando tutto ciò che dico come sciocchezze”.

   Un modo utile per orientare il feedback verso un’espressione particolare è il seguente:  lo studente-terapista è invitato, all’inizio dell’esercizio, a dire al suo studente-paziente su quale aspetto della sua espressione corporea vuol ricevere un’attenzione e un feedback particolare.  Per esempio, lo studente-terapista potrebbe dire: “Puoi notare sopratutto come il mio tono di voce e l’energia nella mia voce ti fa sentire?  Se è troppo debole o esitante? Grazie.”  Oppure: “Voglio accompagnarti con il mio respiro ed anche con i gesti delle mie mani.  Puoi dirmi se questo ti aiuta o interferisce?” 

   Un feedback così mirato, creato come un contratto, può aiutare lo studente-terapista a diventare più sincronizzato con il paziente.  Ugualmente, lo studente-paziente aumenta la sua coscienza riguardo all’impatto che l’espressione non-verbale esercita sulle sue proprie emozioni e la voglia di condividere.  Come conseguenza entrambe diventano più coscienti della dinamica implicita che chiamiamo “empatia corporea”.  E le conseguenze?


Impatti Positivi dell’Empatia Corporea

   L’espressione non-verbale armonizzata che costituisce l’empatia corporea, offerta dallo studente-terapista, incoraggia il paziente a vivere pienamente la sua propria espressione non-verbale.   Quali sono i benefici?

   a. L’Intuizione Corporea: Empatia corporea vuol dire movimenti “contagiosi” fra terapista e paziente.  Il rispecchiamento (sempre parziale) del terapista aumenta l’espressione spontanea del paziente.  Dato che tutto questo fenomeno è maggiormente implicito, o intuitivo, il risultato è che il paziente si mantiene in contatto con la propria intuizione corporea.  L’emozione, persino se è parzialmente cosciente, o esplicita, continua a mandare messaggi impliciti al paziente.  E il discorso del paziente riflette questa integrazione fra i pensieri ed emozione.  “Mi sento… mhm… questa vibrazione dentro”.  (A questo punto le mani del paziente spesso vanno a toccare il petto o il ventre.)

   b. L’Intensificazione dell’Esperienza:  La ricerca di Gerald Edelman (1989) mostra come le vie neuronali, iniziate nell’area motoria della corteccia, mandano neuroni collaterali ai gangli di base.  Da questo sito sotto-corticale scendono anche di più ai centri nel brain stem (pons e midollo).  Questi centri producono quattro neuromodulatori – dopamina, serotonina, noradrenalina e acetilcolina – che creano un’attivazione generale del cervello.  La conseguenza?  L’aumento dell’intensità dell’esperienze e l’aumento della memoria.  In altri termini, aumentano il contatto con le emozioni, la lucidità mentale e l’impatto dell’esperienza terapeutica per il futuro. 

   c. La Promozione della Capacità Sociale: Hubert Montagner (1983) ha mostrato nella scuola materna che i bambini eccessivamente aggressivi, oppure paurosi e timidi, mostrano una mancanza di empatia corporea con i loro compagni.  Quale è l’origine del problema?  Guardando con la video-camera i momenti di contatto fra questi bambini con le madri, si è osservato fra loro un’assenza di empatia corporea.  Conclusione: I bambini non hanno sviluppato questa capacità comunicativa perché non l’hanno ricevuta dalle madri.  (L’empatia corporea rappresenta una capacità innata che è influenzata dall’apprendimento.)

   Il terapista che sta in risonanza fisica con il suo paziente sta favorendo la rinascita di questa competenza.  Quindi la capacità sociale si sta rinforzando.


Conclusione: “Learning by Doing”

   Lo sviluppo della capacità “implicita” e intuitiva, da parte dello studente-terapista, per entrare in “attunement” con il paziente attraverso l’empatia corporea,  può creare una serie di benefici fondamentali nella sua esperienza emotiva e nella sua capacità sociale.   Un accento troppo esiguo sul piano teorico, diagnostico, astratto, ecc., può inibire la spontaneità necessaria per l’empatia corporea.  Invece gli esercizi e le simulazioni, accompagnati dal feedback dello studente-paziente, possono coltivare nello studente-terapista, questa competenza della conoscenza implicita che favorisce l’alleanza terapeutica e lo sviluppo del paziente.


Bibliografia:

Edelman, Gerald, The Remembered Presence, A Biological Theory of Consciousness, New York, Basic Books, 1989.

Liss, Jerome, L’Ascolto Profondo, Molfeta, Ed. Meridiana, 2004.

Marcel, A. J., Slipagge in the unity of Consciousness. In: Experimental and Theoretical studies of Consciousness, (Ciba Foundation Symposium 174, 168-186) 1993

Montagner, Hubert, Les Rythmes de L’Enfant et de l’Adolescent, Paris, Stock, 1983.

Stern, Daniel, The Present Moment, New York, WW Norton Pub, 2004.

Stern, Daniel, The Interpersonal World of the Child, New York, Basic Books, 1985.

Stupiggia, Maurizio, “Empatia Corporea,” (Capitolo II, nel La Terapia Biosistemica, editori Liss, J. e Stupiggia, M., Milano, Ed. Franco Angeli, 1994).

 

La Comunicazione Ecologica nella Comunità
Dal Dogmatismo alla Condivisione

del Prof. Jerome Liss, M.D. ed il Dr. Pino De Sario, Psicologo

 Gli Ideali Traditi

   Gli autori sono stati invitati da diverse comunità ed eco-cooperative per disfare nodi di comunicazione.  “Talvolta il dialogo diventa impossibile!”  “Nessuno ascolta!”  Che cosa succede?  Ci sono numerose possibili “trappole della comunicazione”: Dogmatismo, monopolizzazione, pettegolezzi, denigrazione, rigidità, sarcasmo, vaghezza ed inconclusività.  Un'altra via velenosa è il sabotaggio del silenzio.  Dietro molti problemi c’è lo schieramento fra “un ideale utopista” ed “un realismo con troppi compromessi.”

   Sembra paradossale che quelli che cercano “un'alternativa” possono ritrovarsi intrappolati in conflitti più accaniti di chi lavora per la Xerox o per  la BNL.  Ma forse non è paradossale.  L’impegno di creare “un nuovo stile di vita” e superare “il conformismo dettato dai mass media” viene da una passione coraggiosa, ma l’intolleranza può aumentare.  “Noi abbiamo preso la strada giusta!  Loro si sbagliano!”  Ed ogni presa di posizione si schiera contro l’altra.  Rabbia.  Rancore.  Amarezza.  “Siamo traditi!”  Il progetto vacilla, trema, si blocca, forse termina.

   La cattiva notizia: Forse non può essere diversamente.  E’ vero che i valori e le visioni del gruppo sfidano la cultura tradizionale della famiglia autoritaria chiusa e del libero mercato sfruttatore.   Ma questi ideali e “buone intenzioni” non sono sufficienti.  E’ necessario un cambiamento del metodo con lo sviluppo della competenza comunicativa.   Ricordiamoci, il modo negativo del padre rigido è: “So io cosa è giusto!  Tu sei sbagliato!”  Anche se cambiano le parole, la musica può condizionare i figli, anche i figli del Social Forum e del NoGlobal.  E le nostre discussioni in questo nuovo mondo alternativo cominciano a replicare i suoni dei vecchi conflitti tra sordi.

   C’è anche il modello della “madre vittima.”  “Soffro!  Non mi sento bene.” (Problema)  “Ma Mamma, devi fare qualcosa per te stessa!”  (Richiesta di una soluzione)  Risposta: “Non c’è niente da fare!   E questo modello si ripete nelle riunioni dei gruppi alternativi che girano intorno al problema, con analisi in contrapposizione tra loro gridate per persuadere.  E le soluzioni o, almeno, ipotesi per soluzioni concrete?  La discussione fervida lì non arriva.  Non è sorprendente che quelli che hanno iniziato il progetto con tanta voglia e speranza, si ritirano con rabbia e delusione.  Ma la loro conclusione non èNon abbiamo saputo trovare un linguaggio di dialogo” ma, piuttosto, “Loro vogliono il potere!  Punto e basta!” 


Il Facilitatore Che Garantisce Ascolto e Rispetto

   Gli autori propongano alle comunità ed ad altri gruppi (eco-impresa, associazione, cooperativa, gruppo di base sociale) un approccio per affrontare tutte queste trappole della comunicazione: la formazione del Facilitatore secondo la Comunicazione Ecologica. Il Facilitatore si impegna a favorire il dialogo fra i membri del gruppo, garantire un linguaggio di rispetto, creare un ambiente di ascolto, trasformare l’analisi del problema ad una riflessione sulle soluzioni concrete, mantenere toni equilibrati, incoraggiare la partecipazione di tutti, ecc. 

   “Ma non vogliamo un leader!”  Questa obiezione è valida;  anche se il Facilitatore non deve entrare nel merito della discussione, ma solamente dare sommari e accogliere i diversi interventi, lui ha davvero una posizione importante.  Per questa ragione, il nostro approccio è di formare alcuni Facilitatori in ogni gruppo.  Facendo il ruolo di Facilitatore, a turno, si evita che una persona domini il gruppo proprio in qualità di Facilitatore. 

   Chi può diventare Facilitatore?  Troviamo, in genere, 4 o 5 persone, in un gruppo di 12, che hanno l’interesse ed una certa capacità di assumere questo ruolo.  E 2 o 3 diventano molti bravi.  La presenza di Facilitatori alternativi permette ad un Facilitatore di rinunciare, provvisioramente, a tenere questo ruolo se vuol entrare nel dibattito e sostenere la propria posizione.  “Chi vuol sostituirmi come Facilitatore?”, e la discussione continua. 

Conclusione:

  
La Comunicazione Ecologica (un metodo ed un libro, pubblicato dall’Edizione Meridiana) offre una guida impegnativa per la riunione.  Noi lo presentiamo come un metodo radicale ed innovativo per realizzare la democrazia dentro i nostri progetti.  “Un altro mondo è possibile.”

 

 

 

Conoscenza Implicita e Conoscenza Non-Conscia nel Lavoro Terapeutico

  Come utilizziamo la conoscenza implicita e la conoscenza non-conscia nel lavoro terapeutico?

1.      L’espressione non-verbale è (spesso) implicita, cioè non è al centro dell’attenzione.  Anche se il terapeuta (o counselor) è più cosciente del Protagonista (paziente, cliente) della propria espressione non-verbale (a causa dell’esperienza professionale), la maggior parte di quest’ultima (postura, gesti, espressione della bocca e degli occhi, tono di voce, regolarità di ritmo nella parola, ecc.) rimane nella “periferia” dell’attenzione o completamente fuori coscienza. (Uso “coscienza” e “attenzione” come sinonimi.)
Di conseguenza l’empatia corporea, che è un comportamento non-verbale, è maggiormente implicita, soprattutto dopo la formazione ed un periodo di pratica.  Durante l’inizio del training, lo studente fa “sforzi coscienti” per sviluppare la sua competenza riguardante l’empatia corporea.  Quindi durante questo periodo il comportamento è esplicito, almeno in certi momenti, ed in una maniera parziale. (Ci sono sempre parti del nostro comportamento non-verbale fuori dal centro di attenzione).  Dopodiché, con la pratica, il comportamento non-verbale diventa un’abitudine, e perciò implicito.

Sarà interessante comprendere i meccanismi fisiologici del cervello che corrispondono a questo cambiamento di “sforzo cosciente” ed esplicito, ad un’“abitudine appena cosciente,” e quindi implicita.  Il sito dello “sforzo cosciente” è il lobo frontale*.  Durante questo sforzo i gangli di base, un luogo sotto-corticale, stanno imparando la routine.  Col tempo, il lavoro “automatico” dei gangli di base si fa più dominante e lo sforzo cosciente del lobo frontale rilascia il controllo.  (Siamo geniali!)

*Nota epistemologica: Anche se parleremo dei luoghi del cervello che corrispondono a certe funzioni – agire, pensare, pianificare, sentire, ecc. – sappiamo che questa è un’estrema semplificazione.  La neurofisiologia di oggi parla di “processi distribuiti” dappertutto nel cervello. Ma questa semplificazione ci aiuta a creare “mappe di riferimento.”  In questo modo il nostro lavoro complesso è sostenuto da guide sottili.

2. Il nostro lavoro nella Biosistemica si basa sull’ipotesi che l’empatia corporea, da parte dell’Ascoltatore, favorisce l’espressione corporea del Protagonista.  (Inoltre, l’empatia corporea, con la parola chiave, l’identificazione verbale, l’accompagnamento con la curva energetica, ecc. favoriscono anche la crescita delle pulsioni, l’integrazione psico-corporea e la relazione di fiducia.)

Il punto pertinente è che l’esperienza implicita dall’Ascoltatore (della sua espressione non-verbale durante l’ empatia corporea) favorisce l’esperienza implicita del Protagonista riguardante il proprio comportamento non-verbale.  Specificamente, il meccanismo è il seguente: L’Ascoltatore rimane in contatto con le sue intuizioni attraverso la propria espressione non-verbale, cioè l’empatia corporea.  Questa espressione non-verbale dell’Ascoltatore favorisce l’espressione non-verbale del Protagonista.  L’espressione non-verbale del Protagonista l’aiuta a mantenere contatto con la propria intuizione. 

2.      Ci sono altri aspetti della coscienza “implicita” (che chiameremo anche “intuizione”) da parte dell’Ascoltatore: sensazioni viscerali, livello di attivazione, “flash”  immagini, metafore verbali, umore, ecc.  E’ vantaggioso che l’Ascoltatore non blocchi queste esperienze sottili con l’imposizione di una struttura mentale esplicita e rigida.  Quindi è paradossale che anche un modello teorico possa costituire un freno all’esperienza implicita, soprattutto se la teoria richiede un approccio “corretto” ed il senso di pericolo di intraprendere una strada “sbagliata”.   La rigidità di questa divisione fra “corretto” e “sbagliato” crea una rigidità mentale, un tipo di struttura esplicita che agisce come un carro armato che schiaccia l’intuizione sottile. 

In altri termini, se sono fissato sull’idea, “Devo fare la cosa corretta!”, questo atteggiamento mentale può inibire i messaggi sottili che entrano nella periferia della mia coscienza.  Se invece rimango “aperto mentalmente” senza un senso di dovere schiacciante, posso focalizzare su “come mi sento” oppure su “ho un senso che…”, e questo orientamento interno verso la coscienza vaga può portarmi informazioni importanti sulle cose che sottostanno all’apparenza.   

4. Il Protagonista vive la stessa potenzialità!  Quindi, quando come Ascoltatore saremo davanti al nostro Protagonista, sarà vantaggioso non bloccare il suo input esperienziale, l’intuizione, la conoscenza “appena cosciente”.  Per esempio, non bombardare con domande, spiegazioni, preamboli, e cosi via.  Se ci limiteremo semplicemente a seguire il Protagonista con il linguaggio particolare della Biosistemica, “la parola chiave – la frase direzionale,” il Protagonista potrà rimanere aperto ai propri messaggi interni impliciti che vengono con pause ed esitazioni, fra altri. 

5. Per il Training: I modelli teorici hanno un certo valore per spiegare cosa succede nella vita emotiva e nel cambiamento ma, se troppo dominanti, questi modelli possono schiacciare l’intuizione.  Conclusione: E’ vantaggioso mettere l’accento sulla pratica (come facciamo già).  Con il tempo ogni Ascoltatore svilupperà il proprio stile di intuizione e di intervento.

6. La verifica dell’intuizione: Come verifichiamo che un’intuizione sia utile?  Come verificare che non è nociva?

a. Un’intuizione si mostra utile attraverso il risultato!  Il Protagonista si mostra più energetico, più coinvolto interiormente, più in contatto con la sua emozione, talvolta più espressivo verbalmente o più fecondo nei ricordi.

b. Un intervento si mostra sfavorevole se il Protagonista scuote la testa vigorosamente per dire, “Non è vero!”, ferma la sua espressione spontanea, sembra bloccato nel pensiero, inizia a rivelare un atteggiamento di sfiducia, ecc.

   Quindi un intervento terapeutico è come lanciare un piccolo sasso nell’acqua: Soltanto vedendo le onde che seguono, potremo indovinare l’impatto.  Visto che “il messaggio dato” può essere sempre diverso dal “messaggio ricevuto,” non possiamo mai prevedere con certezza i risultati dei nostri interventi. (Ecco una parte dell’”avventura” nell’Ascolto Profondo.)

7. Il processo terapeutico influenza tutti i livelli del nostro essere: 1) la coscienza (conoscenza esplicita), 2) l’intuizione (conoscenza implicita), e 3) la conoscenza fisiologica non cosciente.  Questo ultimo dominio si basa sui meccanismi del cervello che sono sotto la corteccia, cioè a dire: amigdala, ippocampo, ipotalamo, nuclei del midollo, etc.  Ma oltre al cervello, i processi fisiologici sottostanti la conoscenza esplicita ed implicita includono tutto ciò che succede sotto il regolamento del sistema autonomo nervoso (simpatico-parasimpatico) come la peristalsi, la secrezione degli enzimi digestivi, la tensione arteriosa, i battiti cardiaci, la dilatazione dei bronchi polmonari, ed anche altri processi fisiologici come il tono muscolare, l’azione del sistema immunologico, la produzione e la distribuzione degli ormoni ed il metabolismo.

Tutti questi processi possono inviare messaggi su verso la corteccia, soprattutto verso il lobo orbito-frontale.  Quindi possono esercitare un impatto sulla coscienza.  Ma per non creare confusione, sottolineiamo che questi processi non diventano coscienti bensì influenzano la coscienza.

8. Questi processi fisiologici bassi (sotto-corticali, corpo somatico) che mandano messaggi in alto (verso la corteccia) possono creare due risultati diversi:

  a. Il messaggio diventa “quasi cosciente” (“appena cosciente,” nella periferia della coscienza, nei margini intorno l’attenzione focalizzata, nello sfondo).  Come è vissuto?  Come un umore (inglese: “mood”), il “felt sense” (E. Ghendlin in Focusing), la “sensazione intorno alla sensazione” (M. Alberse), un “qualcosa dentro.”

   b. Il messaggio non raggiunge neanche la periferia della coscienza, quindi, rimane fuori coscienza.  Nonostante questi messaggi possono influenzare la coscienza attraverso la loro dinamica a diversi livelli del cervello.  L’interattività sottocorticale non finisce lì.  Messaggi sono mandati su da tutti i livelli e da molti centri neuronali: amigdala, ippocampo, ipotalamo e, di grande importanza (scoperte recenti) i nuclei del pons e del midollo. (Vedi No. 9 con la Tabella dei Luoghi cerebrali e neuromodulatori.)

   E quali funzioni coscienti possono essere sottomessa all’influenza sottocorticale? Tutti!
 

Funzione Cosciente

Luogo*

Integrazione delle percezioni

(corteccia posteriore)

La memoria

(lobo temporale)

La strutturazione del mondo

(lobo parietale)

Il linguaggio

(aree di Wenicke e di Broca)

L’emozione

(lobo orbitofrontale)

La schema corporeo

(un’integrazione fra l’area somasthetica del lobo posteriore, il giro cingolare ed il lobo orbitofrontale)

Il processo decisionale

(lobo frontale)

L’azione

(area motoria)

 

 

Propongo che esista anche uno schema Sé-Altro che coinvolge il giro cingolare e il lobo orbitofrontale.

*Notare: La presupposizione, nella neurofisiologia di oggi, è che l’esperienza cosciente, l’attenzione, esiga la complessità neuronale della corteccia.  Senza questa complessità nell’architettura dei circuiti, la coscienza non può avvenire.  Dunque, da un lato la conoscenza esplicita e dall’altro lato la conoscenza implicita (una conoscenza che può diventare cosciente) sono entrambe processi corticali.  Ma, per quanto riguarda i processi sotto-corticali – e soprattutto a livello dell’ipotalamo e sottostante - i processi non possono diventare direttamente coscienti.  (Mentre indirettamente sì, attraverso i messaggi inviati su).  Inoltre i meccanismi fisiologici del corpo non entrano (per la maggior parte) nella coscienza ma, come i processi sotto-corticali, possono esercitare la loro influenza.

Il Campo del Lavoro Terapeutico
   Insomma, tutti tipi di esperienza (conoscenza esplicita ed implicita) potrebbero essere influenzati dalla dinamica neurofisiologica non-cosciente.  E noi vogliamo aiutare questa dinamica non-conscia nello stesso tempo in cui aiutiamo la dinamica esplicita ed implicita.  La terapia ed il counselling psico-corporeo si prestano a queste possibilità.

  Un piccolo avvertimento: Non ci mettiamo in opposizione rigida sulla questione della frontiera fra questi domini di esplicito, implicito e conoscenza fisiologico non-cosciente.  Le frontiere non sono demarcate chiaramente e probabilmente ci sono aree di grigio  fra i tre livelli di esperienza, che possono variare da persona a persona.

   Un riassunto:

         Livello di esperienza                    (Liv. epistemologico )         Luogo
I. “So una cosa.  Sono chiaro.”          (Conoscenza esplicita)    Corteccia
II. “Ho un senso di qualcosa.. un’intuizione..”  (" implicita)     Corteccia
III. “Ci sono delle cose in me.  Sono dentro.      (" fisiologica)  Sotto-c"
     Vivono in me, ma non so cosa sono.”      Non cosciente ed i processi fisiologici del corpo

9. Quale meccanismo neurfisiologico può  spiegare “la sensazione sottile” della coscienza implicita?  1. Il fatto: Il lobo orbito-frontale riceve diversi “input” dal cervello sotto-corticale: amigdala, ippocampo, ipotalamo, nucleo solitario e nucleo dorsale-motore del vago, ecc.  Le vie sono conosciute.  2. L’ipotesi: Questi input possono mescolarsi per dare una sensazione vaga, sottile e persistente che rappresenta un altro tipo di esperienza intuitiva, un senso di “attivazione” o di “arousal” (“vitality affect” secondo Daniel Stern).  Inoltre, un altro contributo all’intuizione può venire  dai quattro neuromodulatori che sono secreti dai nuclei del pons e dal midollo:
              Nuclei Sotto-Corticali                    Neuromodulatori
        v      tegmentum                           dopamine
        v      nuclei rafe                            serotonina
        v      nucleus pendulopontina           acetilcolina
        v       locus coeruleus                   noradrenalina

Inoltre il tegmentum può secernere colecistikinina, un peptide associato con l’emozione di angoscia.  Ed è ipotizzato che altri peptidi accompagnino i quattro modulatori maggiori, per modificare i loro impatti.

Pensiamo che questi diversi neuromodulatori possano influenzare il lobo orbito-frontale (esperienza viscerale).  E’ probabile che influenzino altre parti della corteccia in cui ci sono rappresentazioni topografiche dello schema corporeo, per esempio, nella corteccia posteriore (schema corporeo della propriocezione) e nel giro cingolare (vicino al lobo orbito-frontale e ricettore di diversi input sotto-corticali).

In questi modi i meccanismi fisiologici della sotto-corteccia e del corpo somatico  possono spiegare l’intuizione.  Inoltre, l’intuizione può sorgere in due modi: 1. Sensazione vaga, imprecisa, “appena cosciente,” “gut feeling,” basata su una dinamica neurofisiologica che raggiunge il lobo orbito-frontale.  2. Pensieri ed immagini spontanei derivati da messaggi fisiologici non-coscienti (sotto-corteccia., corpo somatico) che raggiungono diversi luoghi della corteccia (lobo parietale, lobo temporale, ecc.) per influenzare le loro funzioni coscienti. 

In conclusione, la neurofisiologia del cervello può offrire una mappa ipotetica per spiegare l’intuizione (conoscenza implicita) e la conoscenza fisiologica non-cosciente.                       

Livello Epistemologico

 

Luogo

Processi coscienti, espliciti  

Corteccia

Processi “appena coscienti”, impliciti         

Corteccia

Processi non-coscienti    
  

Sotto-corteccia

Processi non-coscienti     
  

Corpo somatico

 

La Relazione Maieutica di Socrate e La Comunicazione Ecologica di Oggi
(del Prof. Jerome Liss, M.D.)

 La Relazione Maieutica, sviluppata da Danilo Dolci come base del processo educativo, trova le sue origini nella relazione fra Socrate e i suoi studenti.  Socrate aveva creato con il suo studente una serie di domande faccia a faccia con lo scopo di tirare fuori la verità che questi possedeva già dentro di sé ma inconsapevolmente, in modo nascosto.  Un’analogia possibile è quella con l’ostetrica che ha il compito di assistere alla nascita del bambino comunque già esistente e formato nell’utero materno. Ossia, ognuno possiede dentro di sé i pensieri essenziali formati: ha bisogno solamente della presenza dell’aiutante affinché tali pensieri vengano fuori, possano esplicitarsi nella loro piena consapevolezza.

In questa presentazione, il mio scopo è sviluppare il concetto della relazione maieutica - modificato oggi alla luce delle nuove esperienze dell’apprendimento attivo - in quattro campi :

  1. La Neurobiologia della Relazione Maieutica
  2. La Dinamica del Gruppo
  3. I Modelli Epistemologici per Un Pensiero di Qualità
  4. La Violenza Contro La Relazione Maieutica e la Democrazia

 La Neurobiologia della Relazione Maieutica
           Mentre i dialoghi originali fra Socrate e i suoi studenti (trasmessici da Platone) si focalizzano sull’aspetto del contenuto verbale della relazione maieutica, la conoscenza oggi ci fa comprendere che ciò è solamente un livello di un fenomeno che coinvolge tanti altri processi psicofisici in ognuno e, inoltre, nella relazione.  Noi vogliamo essere coscienti di alcuni di questi altri livelli : il tono di voce, l’espressione fisica della faccia, dei gesti, della postura e del respiro, e dentro la persona fisica, il cervello ed il corpo somatico.
            Questi processi psicofisiologici cambiano enormemente quando siamo due persone in dialogo.  C’e un’attivazione psicocorporea dovuta all’interazione, tutti i campi energetici diventano più intensivi, e la logica del pensiero in solitudine cambia con il dialogo a due.
     I cambiamenti a tutti livelli diventano anche più drammatici quando siamo dentro un gruppo attivato dal processo maieutico.  Noi focalizzeremo sulla situazione maieutica del gruppo perchè questa corrisponde alla realtà educativa di oggi, cioè, l’apprendimento nella classe (vedi la “Comunicazione Ecologica”, La Meridiana 1998-Molfetta).

 La Neurobiologia della Classe Tradizionale Ci Fa annoiare, della Classe Attiva Ci Risveglia
         Nella Classe Tradizionale il docente parla per più del 67 % del tempo, ed anche quando gli studenti si esprimono, alcuni diventano dominatori e monopolizzatori, mentre gli altri rimangono bloccati nella loro passività.  Che cosa succede nella neurobiologia del cervello e del corpo? 

        Il lobo frontale, che integra la motivazione con l’input sensoriale (l’informazione ricevuta  passivamente basata sul discorso lungo e noioso dell’insegnante), funziona ad un livello di bassa intensità. Perchè essere motivata quando il contenuto è lontano dalla realtà personale e quando « non c’e niente da fare » ?  Questa diminuzione di attivazione dei nuclei della motivazione – lobo frontale della corteccia, sistema limbico della sotto-corteccia, e livelli più bassi del cervello, cioè ipotalamo, tegmentum, midollo – diminuisce il tono muscolare del corpo, diminuisce la secrezione dell’ormone attivante chiamata adrenalina, diminuisce la disponibilità di sangue per il cervello, abbassa il metabolismo generale, ecc.  Il corpo manda i messaggi di non-attivazione attraverso la percezione neurale che diminuisce l’input verso il cervello (da neuroni di input nella spina cordale attraverso il sistema reticolare ascendente al talamo, e dopo alla corteccia ed al sistema limbico).  Insomma, abbiamo un circuito circolare di rinforzamento in cui la non-attivazione del cervello crea uno stato passivo che incide sul corpo e i messaggi del corpo ritornano al cervello per rinforzare lo stato di non-attivazione.  (Vedremo più tardi come anche certi stati di attivazione impediscono ugualmente l’apprendimento.)

       In contrasto, la relazione maieutica di dialogo crea un’attivazione mente-corpo di ogni partecipante in cui i processi del cervello e del corpo sono molti diversi : I centri di motivazione – lobo frontale e sistema limbico – sono attivati da alcuni fattori :  Lo studente può agire !   Lui può risolvere, nella sua risposta, il dilemma posto dalle domande dell’insegnante.  E quando l’insegnante pone la sua domanda alla classe totale, in ogni studente che pensa, « Posso rispondere ! », si verifica un’intensificazione della sua motivazione. 

Come agisce il cervello ?  Quando il lobo frontale diventa attivato, l’informazione sensoriale che viene dalle aree più posteriori –- visive, auditive, di memoria –- riceve un feedback positivo da parte del lobo frontale, cioè dalla motivazione e dall’interesse della persona. Questo feedback positivo crea un circuito di autorinforzamento fra il lobo frontale (motivazione) e dall’altro lato le aree posteriori sensoriali (informazioni). Il risultato è che l’attenzione per l’informazione diventa acuta e prolungata. L’apprendimento diventa più efficace.

Questa attivazione succede nella corteccia, quindi a livello orizzontale esiste una attivazione con feedback reciproca e aiuto rinforzante con le strutture verticali del cervello: sistema libico, ipotalamo, tegmentum, midollo. Quale risulta di questa attivazione coinvolgendo i livelli più bassi del cervello? Si verifica un aumento di adrenalina, di tono muscolare, di irrigazione sanguigna del cervello, di aumento del metabolismo, ecc.. Inoltre i processi di attivazione neurofisiologica del corpo ritornano al cervello con nuovi messaggi neurali e chimici ed il circuito circolare crea un’attivazione continua.  Lo studente si sente « coinvolto » nella lezione, continua la sua partecipazione, ed integra le nuove informazioni che vengono dalle sue proprie dichiarazioni e da quelle degli altri, in modo più energetico e complesso.

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La Sinistra e i Discorsi Nuvolosi

(Pubblicato su Azione Non Violenta, Novembre 2003)

Un Flagello Infernale: La Vaghezza Inesorabile della Sinistra

 Dal Prof. Jerome Liss, M.D.

“E’ Tutta Colpa Loro?”
  
Se la sinistra si batte per il benessere della maggioranza delle persone – pace, uguaglianza, diritti, sostegno economico, ecc. – perché non vince la maggioranza delle elezioni?  “Colpa della destra!”, è una risposta frequente.  Per colpa loro?  “Demagogia dei politici della destra,  promesse false,  manipolazione dei mass media che appartengono ai padroni ed agli sponsor, le multinazionali., ecc.”
  La sinistra, tra quelli che votano per la destra e l’astensionismo, perde voti ad ogni elezione.  Tutto ciò è solamente colpa degli altri?

Il “No Think” della Sinistra
  Una Tavola Rotonda alla Festa di Rifondazione Comunista mi ha illustrato una mancanza fondamentale della sinistra: la vaghezza inesorabile, che chiamo “No think.” (Assenza di pensiero)  Cito un caso particolare ma ne esistono tanti altri; scommetto che anche il lettore si è spesso scontrato con lo stesso fenomeno altamente deludente: “Parlano, parlano!  Ma non dicono niente.”

Un Incontro Deludente
 
Domenica 7 Settembre, Festa di Rifondazione Comunista tenutasi nella Sala Gialla del Ex-Mattatoio, Roma.  Titolo dell’Incontro: “L’Autunno Fertile: Idee e Scelte dei Movimenti della Società Civile.”  Relatori annunciati nel programma: Tom Benettollo, Titti Di Salvo, Nicola Frantoianni, Pancho Pardi, Edoardo Patriarca. Di fatto, però, la maggioranza dei relatori erano altre persone che sostituivano quelli annunciati.  (Non ho i loro nomi.  Comunque sia la mia critica non è mirata alle persone: voglio parlare di una tendenza che abbraccia tutto il movimento della sinistra.

“L’Impermeabilità della Politica” ed Altri Problemi
  Ma che cosa ho sentito?  Cinque relatori hanno parlato per quasi due ore.  E che cosa hanno detto?
   Hanno spiegato, ognuno, i diversi problemi che affrontano i movimenti sociali: “la guerra,” “Il Neo-Liberalismo,” “L’impotenza dell’ONU,” “mettere in discussione il pensiero unico,” “il fallimenti dei vertici,” “la distrutturazione del Welfare e dei diritti,” “l’impermeabilità della politica.”  Cito precisamente questi loro termini.  Vediamo che i relatori hanno toccato una varietà di problemi globali.  Nonostante ciò, non hanno citato un problema specifico di Italia.  Quindi una persona italiana può chiedersi, “E Io?”  Ancor più importante è che questi “termini generali” non erano supportati da fatti concreti.  Quindi i problemi rimanevano intangibili.  Niente di veramente informativo.

Proposta: “Una Politica Presente”
  Più grave, la vaghezza a livello di proposta.  Il titolo dell’Incontro proponeva: “Scelte dei Movimenti della Società Civile.”  Vi cito “le scelte” proposte dai cinque relatori:
- “Un orizzonte alternativo”
- “Una cultura di responsabilità”
- “Dare coerenza”
- “La qualità della risposta radicata”
- “La capacità di andare oltre”
- “Strumenti per dare continuità agli avvenimenti”
- “Strumenti più concreti per creare partecipazione”
- “Una politica presente”
- “Facciamo di più e di meglio”
- “Troviamo una forma incisiva”
- “Rimettere in questione la forma della politica”
- “Cambiare strada”
  Il lettore può stupirsi di questo elenco nuvoloso e senza contenuto concreto.  Obbiezione: “Ma, Prof. Liss, Lei ha citato solo l’inizio generale delle loro ‘scelte.’  Sicuramente avranno detto qualcosa di più!  Qualcosa di più concreto!”
  Ecco il vuoto drammatico: “Purtroppo no!  Non è stato detto niente di più concreto!”  (La prova può venire solamente da una trascrizione della sera o dai loro appunti.)
 Quindi due ore di presentazione in cui cinque relatori della sinistra hanno annegato il pubblico con discorsi vaghi, nuvolosi, insostanziali.  Solo voli pindarici.  In verità (per me e, credo, per molti altri), una perdita totale di tempo!

“Sarà Sempre Cosi?”

 A mio parere le conseguenze di un simile atteggiamento della sinistra sono gravi.  Questo tipo di presentazione nuvolosa e intangibile domina la scena politica.  Risultato: La coscienza del pubblico non avanza.  Infatti, la consapevolezza diventa, probabilmente, intorpidita.  Ed il programma del “Movimento dei Movimenti” non evolve.
  La politica rappresenta, nella sua potenzialità, un modo per i popoli di prendere in mano il proprio futuro.  Ma quando i l